TRIUMPH
LE ORIGINI
Le radici di Triumph affondano fino agli ultimi anni del
1800, quando l’uomo d’affari tedesco Siegfried Bettmann
lasciò Norimberga e si stabilì a Coventry. Dapprima
coinvolto nella vendita di macchine da cucire, colpito dalla
grande passione per la bicicletta di tutta l’Inghilterra
vittoriana, decise di entrare in questo settore. All’inizio
si limitò ad acquistare bici dalla William Andrews, a
Birgmingham, per rivenderle con il marchio Triumph (scelto
perché comprensibile per tutti gli idiomi europei). Nel
1887, due anni dopo l’inizio della sua avventura, fu
affiancato da Mauritz Schulte, anch’esso proveniente da
Norimberga, ed entrambi si resero conto che il futuro
sarebbe stato nella realizzazione in proprio delle
biciclette. Trovarono la struttura idonea a Coventry e, nel
1889, cominciarono la produzione. Si avvicinava la fine del
secolo e il motore a combustione interna cominciava a
riscuotere interesse, così l’ingresso nel mondo delle
motociclette fu il passo successivo per la Triumph Cycle Co.
Nel 1902 la prima moto uscì dalla fabbrica di
Coventry. Chiamata N°1, si trattava essenzialmente di
una bici con telaio rinforzato e un piccolo motore Minerva
da 2,25cv appeso al tubo obliquo. La trasmissione avveniva
tramite una cinghia collegata alla ruota posteriore e
comandata dall’albero motore; i pedali, la corona e la
catena erano stati mantenuti. Schulte era un perfezionista e
scelse un motore Minerva poiché la tecnologia belga era a
quel tempo la più avanzata.
Alla fine del 1905, Schulte, in
collaborazione con Charles Hathaway – direttore della
fabbrica nonché designer dotato e buon pilota -,
realizzarono la prima motocicletta interamente Triumph, la
Model 3HP. Dotata di un motore monocilindrico da
363cc, capace di 3cv a 1.500 giri, poteva spingersi ad una
velocità massima di 70km/h.
Schulte decise di concentrarsi sul
perfezionamento e lo sviluppo di questo mezzo e, mentre
altri produttori cercavano di bruciare le tappe, Triumph
proseguì su questa strada senza mai smettere di verificare
le sue motociclette.
La cilindrata crebbe col passare degli anni e, nel 1908,
il motore era salito a 476cc, la potenza a 3,5cv, ed era
stato adottato un variatore per permettere di affrontare le
salite più ripide.
La vittoria al TT con Jack Marshal, nello stesso anno, fu
una ulteriore conferma dell’affidabilità e del valore della
moto. Ed è in quell’occasione che nacque lo slogan “Otto
Triumph alla partenza, e otto all’arrivo”.
La decisione era stata presa. Nei primi anni ’20,
Bettmann acquistò una ex fabbrica di auto a Coventry, fondò
la Triumph Motor Co e cominciò la produzione di una berlina
con motore da 1,4 litri. Questa divagazione dal mondo delle
due ruote fu l’inizio della fine della fortuna di Bettmann.
Sul fronte motociclistico, due anni dopo la
fine della guerra, Triumph diede alla luce l’ennesima
evoluzione della sua moto – la Type SD –, con trasmissione
finale a catena il luogo di quella a cinghia. La cilindrata
di 550cc non le consentiva però di partecipare al Senior TT,
così gliene fu affiancata un’altra, con un nuovo motore
monocilindrica da 500cc. La Riccy, questo il suo nome,
avrebbe conquistato molti record di velocità compreso quello
sul miglio, con una velocità di 135km/h. Seguirono altri
modelli, come la Model P, entry level che vendette oltre
20.000 esemplari, a la TT (o Two Valve, come fu
soprannominata), che divenne il fulcro della gamma Triumph.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale diede una
diversa direzione alle aspirazioni commerciali di Triumph,
in quanto la produzione fu dirottata verso le Forze Armate.
Un prototipo di bicilindrica da 350cc – il 3TW – era pronto
e già approvato come moto standard per l’esercito quando, la
notte del 14 novembre 1940, lo stabilimento di Coventry fu
completamente distrutto da un blitz tedesco. Senza perdersi
d’animo, la produzione fu ripresa nello stabilimento
provvisiorio di Warwick, mentre una nuova fabbrica fu
costruita a Meriden. I nuovi impianti furono operativi nel
1942.
Sul finire degli anni ’30, la Speed Twin acquistò credito
fra gli appassionati delle gare di flat racing americane e,
quando le ostilità cessarono, Turner intuì le potenzialità
del mercato statunitense. Durante la guerra aveva
saggiamente mantenuto i contatti con Bill Johnson,
distributore per Triumph sulla Costa Ovest, e nel 1945 lo
andò a trovare per cementare la relazione.
Nel dopoguerra, la gamma consisteva in tre
modelli – la Tiger 100, la Speed Twin e la più piccola 3T,
una tourer da 349cc – e, nel 1946, l’irlandese Erenie Lyons
vinse il Manx Grand Prix guidando una T100, davanti a
parecchie Norton. Entro la fine del decennio, l’aspetto di
queste moto si era evoluto e ora contemplava anche un faro e
la strumentazione, racchiusi in un cruscottino,
(caratteristica unica e immediata per quei tempi). Furono
aggiunti alla gamma due nuovi modelli, la Trophy, una
off-road con motore da 500cc, e la Thunderbird, da 645cc,
realizzata per soddisfare la richiesta di potenze più
elevate, del mercato americano.
Fu un decennio d’oro per Triumph, sebbene
iniziato con la vendita dell’azienda ai rivali della BSA.
Triumph continuò tuttavia ad essere amministrata
separatamente e, nel 1953, una nuova famiglia di moto vide
la luce insieme all’avvento dell’OHV Terrier da 149cc. Un
anno dopo fu la volta della Tiger Cub da 199cc, che diventò
una moto molto popolare, e della Tiger 110, in pratica una
trasformazione in chiave sportiva della Thunderbird
bicilindrica da 645cc, dotata di sospensione posteriore con
forcellone oscillante e freno anteriore maggiorato.
Due anni più tardi Johnny Allen stabilì il
nuovo record mondiale di velocità sul lago salato di
Bonneville (343km/h), con un veicolo dotato di motore
Triumph 649cc. Il record fu però annullato a causa di
sospetti problemi ai rapporti, ma fu di ispirazione per uno
dei modelli che faranno la storia del marchio inglese.
La Bonneville T120.
Essenza dello spirito café racer, la
Bonneville aveva il giusto look spartano ma, soprattutto, le
prestazioni. Era una vera special, e fece la sua comparsa
proprio nel momento giusto per trarre il massimo vantaggio
da quello che sarebbe stato un decennio altrettanto
speciale.
Un periodo nero per Triumph. Sturgeon morì
dopo soli tre anni dal suo insediamento e gli successe
Lionel Jofeh, un uomo che, come lui, veniva dall’esterno del
business. Non durò a lungo e fu rimpiazzato da Brian
Eustace. Il management del gruppo BSA era sottoposto a un
continuo turn-over e non si riuscivano a definire strategie
concrete.
Per ironia della sorte, il motore tre
cilindri si stava dimostrando quasi imbattibile e, come
“slippery Sam” si aggiudicò per cinque anni di fila – dal
’71 al ’75 – il TT nella categoria IoM Production, oltre a
numerose gare di Formula 750.
I problemi interni e l’offensiva giapponese
misero in breve tempo Triumph in ginocchio, con il gruppo
BSA che, nel 1971, registrò una perdita di 8,5 milioni di
sterline. L’anno successivo, un nuovo rosso di 3,3 milioni
di sterline portò il Governo a sponsorizzare una manovra di
aiuto. Nel 1973 fu creata la società Norton-Villiers-Triumph
e, contro la volontà dei dipendenti, la produzione di
Triumph fu spostata nello stabilimento BSA di Small Heath, a
Birmingham.
Il risultato fu un sit-in dei lavoratori di
Meriden che durò quasi due anni. Terminò nel marzo 1975,
allorché una cooperativa di lavoratori fu impiegata nella
produzione della Bonneville, in configurazione da 750cc,
destinata soprattutto al mercato Usa.
Sebbene durante questo periodo furono
realizzati un paio di modelli degni di nota – la Bonneville
Jubilee Special e la T140D Special, con cerchi in lega – i
presagi erano infausti.
Lo stabilimento di Meridien chiuse agli inizi
del 1983. Il denaro era finito e la liquidazione fu la
conseguenza inevitabile, insieme alla vendita delle attività
dell’azienda. Nel 1984 fu raso al suolo e al suo posto
furono costruite delle abitazioni. Molti videro la fine di
Triumph e dell’intera industria motociclistica britannica.
Per fortuna non fu così.
L’imprenditore immobiliare John Bloor
acquistò il marchio Triumph e costituì una nuova società,
interamente con capitale privato, la Triumph Motorcycles
Limited. All’inizio si limitò a dare licenza alla Racing
Spares (un’azienda nel Davon che in passato realizzava parti
per Triumph) di costruire l’incarnazione della Bonneville,
principalmente per mantenere in vita il marchio. Intanto la
nuova società pianificava le politiche per tornare a giocare
un ruolo di primo piano sul mercato mondiale.
I progetti che Bloor si ritrovò sul tavolo
erano ormai datati e per lo più inservibili, così gli
ingegneri dovettero rimettersi al tavolo da disegno. Dal
1985, per tre lunghi anni, mentre alla Racing Spares si
continuavano a costruire Bonneville, la nuova Triumph lavorò
in segreto, nel silenzio totale. Fu realizzato un nuovo
stabilimento ad Hinckley, nel Leichestershire, e fu
progettata un’intera gamma di moto a tre e quattro cilindri,
raffreddati a liquido, con quattro valvole per cilindro e
distribuzione a doppio albero. Qualcosa di assolutamente
differente da quanto Triumph aveva realizzato finora.
Nel settembre 1990, al salone di Colonia,
furono presentate alla stampa sei nuove moto. Realizzate
intorno a due tipologie di motore, questi modelli – le nude
Trident 750 e 900, a tre cilindri, la tourer Trophy 900, a
tre cilindri, e 1200, a quattro cilindri, la sportiva
Daytona 900, a tre cilindri, e 1000, a quattro cilindri –
sfruttavano il concetto di modularità, nel senso che
utilizzavano molte parti comuni. Furono ben accolte e la
gamma si evolse in pochi anni.
Fu però l’avvento della Speed Triple, nel 1994,
che sorprese la stampa e colpì il pubblico. Come la
Thunderbird si tramutò nella Bonneville degli anni ’50, così
la Speed Triple riprese lo stile café racer. Aveva carattere
da vendere, un motore performante e quell’aspetto rude che
affascina. Fu anche affiancata da una serie racing per
mostrare al pubblico di cosa fosse capace su un circuito.
La costante crescita dei volumi di vendita
diede la possibilità di abbandonare la politica della
modularità e, nel 1995, la T595 Daytona fu presentata a un
pubblico impaziente. Abbandonata l’alimentazione a
carburatori, il suo motore a tre cilindri poteva contare su
un sofisticato sistema ad iniezione, una rarità per quei
tempi. Aveva inoltre un telaio invidiato dalla maggior parte
delle moto sportive allora in circolazione, che sottolineava
come Triumph non fosse solo una delle aziende sul mercato,
ma una di quelle destinate a indicare la strada. Il motore a
iniezione fu in seguito utilizzato per spingere la Tiger, la
Speed Triple, e un nuovo modello presentato nel ‘98, la
sport-tourer Sprint ST.
La fine del decennio vide anche una crescita
della struttura produttiva, con il completamento di un
secondo stabilimento a Hinckley.
L’alba del 21° secolo salutò la produzione
della 100.000sima moto nello stabilimento di Hinckley e la
presentazione di due nuovi modelli. La prima – la TT600 – si
confrontava sul terreno delle sportive di media cilindrata.
Equipaggiata con un motore da 599cc, quattro cilindri in
linea, a iniezione, incorniciato in un telaio elogiato da
tutti, era l’unica moto non giapponese della categoria. Ma
la novità forse più importante per Triumph fu la seconda, la
Bonneville. Con un evocativo motore bicilindrico parallelo,
raffreddato ad aria, la nuova Bonnie combinava il look, le
sensazioni e il carattere della leggendaria T120 degli anni
’60. Il successo fu immediato e portò alla realizzazione
della Bonneville America, rivisitazione in stile cruiser,
disegnata per i motociclisti di oltreoceano.
A questo punto, il fato intervenne di nuovo.Proprio
quando Triumph si stava preparando ad affrontare la nuova
stagione, lo stabilimento fu devastato da un incendio. Le
fiamme del 15 marzo 2002 distrussero completamente i
magazzini, l’area dello stampaggio, le linee dei telai e di
assemblaggio, mentre il resto della fabbrica fu seriamente
danneggiata dal fumo. Senza scoraggiarsi, sebbene l’incendio
fosse stato uno dei più grossi nella storia dell’industria
britannica, alla Triumph si misero al lavoro e, dopo sei
mesi la nuova fabbrica fu operativa. Il reparto ricerca e
sviluppo non fu danneggiato così, prima ancora che lo
stabilimento riaprisse, fu presentata al pubblico la Daytona
600, supersport con motore a quattro cilindri.
La sua nascita coincise con il ritorno di
Triumph alle gare. La Daytona 600 partecipò con successo al
Campionato Britannico Supersport nel 2003 e 2004, e
conquistò la vittoria al TT dell’isola di Man alla sua prima
partecipazione.
Altri modelli hanno visto la luce, come
l’incredibile Rocket III - prima moto di serie a superare il
limite dei 2.000cc -, e le nuovissime Sprint ST e Speed
Triple.
Alla luce del programma di costante sviluppo
dei modelli e dei massicci investimenti nelle strutture,
chissà cosa ci riserverà la seconda metà del decennio…
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